La terza metà

Guglielmo Pispisa, La terza metà, Marsilio Editori, 259 pp

«Vedi figlio, vedi, la verità te la passano a rate, questo è il guaio. Il postino te ne butta una metà davanti alla porta, come fosse una cosa normale. Questa prima parte è quella facile, rassicurante, ma poi, a guardarla bene, ti accorgi di quanto sia consumata alle estremità; anzi, gliene manca proprio un pezzo. Se ti accontenti, campi in pace, se no comincia il viaggio della sorpresa e della paura. Quando ci arrivi, alla parte mancante, può succedere che ormai non te ne importi, dipende dal carattere, oppure che sia diventata la tua ossessione. In questo caso bruci dalla voglia di urlare, di mostrarla, quella seconda metà, sbattendola in faccia a tutti. “Allora, teste di cazzo, chi aveva ragione, eh, chi?” Di solito, proprio allora ti arriva alle spalle l’ultima metà, la terza. Quella che ti fotte.»

Diffidate dei bastardi. Rischiate di farvene commuovere.

Hieronymus, per esempio, agente dei Servizi, la cui vocazione alla violenza si è precocemente rivelata alle elementari. Figlio di un brigatista ancient regime e di una raeliana traslocatasi in Canada, Hiero muore per poter sopravvivere ad un’operazione fallita. Soluto dalle mansioni del suo “ufficio”, si getta nelle braccia della propria ossessione: scoprire che fine abbia fatto il padre, mai conosciuto.

La mappa non è il territorio, però. E la trama non è la storia.

Così, mentre lo si legge come un action movie, questo romanzo mena colpi alla coscienza. Reintegrando la cronaca, e accogliendo, precipitato direttamente dalla vita dell’autore, il personaggio collaterale e determinante di Giacomina. Ma soprattutto presentando un tutto - protagonista e comprimari, scenografie e azioni, monologhi interiori e dialoghi – di ineffabile verosimiglianza.

Storia nera e adrenalinica, dislocata geograficamente, lunga un trentennio e larga mezzo mondo, con un protagonista mai descritto che pure pare di conoscere, e si teme di vedere, in ognuno che passa per la strada, La terza metà s’accosta sottopelle come luogo di memoria, costruzione e reinvenzione di quel senso di continuità che solo è capace di sorvolare sopra i fossati (ideologici, storici, narrativi) scavati dal comune sentire a propria protezione dal passato prossimo.

Maneggia, dunque, materia incandescente. E lo strumento che sceglie di adoperare è, anche, ciò che rivela le intenzioni, i moventi. Qui si tratta di lingua cerusica, ipnotica, cronachistica. A servizio delle azioni, in apparenza. Dominus incontrastato, in realtà. Capace di scattare di registro in registro, tutte le volte che serve.
E serve.
Perché Hyeronimus, il cattivo, e Magister, il buono, convivono, nonostante se stessi. Essendo ognuno una metà dell’altro, ma né la prima né la seconda.