Odore di chiuso - Marco Malvaldi

Sellerio Editore, 2011 - 198 pagine lette tutte di seguito, con un piacere e un gusto insoliti: questa è la gradevole sorpresa provocatami della lettura di “Odore di chiuso” del pisano Marco Malvaldi, classe 1974. Personaggi e ambientazione inusuali: un castello nella Maremma toscana, anno 1895, età Crispina, e uno strano caso di concentrazione di eventi. Il celebre gastronomo Pellegrino Artusi, in cilindro e finanziera, giunge ospite del barone Romualdo di Roccapendente per trascorrere qualche giorno al castello, insieme ad un fotografo fiorentino, il Ciceri, che ha l’incarico di immortalare la famiglia con il nuovo mezzo di riproduzione. La padrona di casa è la vecchia baronessa madre, che dalla sedia a rotelle continua ad imporre la sua autorità. Gli eredi sono i giovani figli del barone, molto diversi tra loro: Lapo un debosciato nullafacente, Gaddo poeta e sognatore, ammiratore di Giosuè Carducci, illustre vicino di casa, e Cecilia, prigioniera di un ruolo che le è stretto e vorrebbe studiare per crearsi una vita autonoma. Poi c’è la servitù, cuoca, cameriera, maggiordomo, fattore. E proprio Teodoro, il cameriere al servizio del barone, viene trovato ucciso, avvelenato in cantina...

Da qui parte il giallo, la detective story di cui Pellegrino Artusi con il suo gusto per spezie, sapori, odori si rende il vero protagonista. C’è in questo piccolo romanzo storia, sociologia, femminismo, scienza, politica, conflitti sociali, poesia, gastronomia, ma soprattutto leggerezza, ironia, cultura. Il linguaggio usato, dialetto toscano alternato ad un italiano raffinato, le diverse voci, il razzismo sociale della vecchia baronessa, la saggezza paesana della cuoca, la combattività della giovane Cecilia, le rodomontate del ragazzo Lapo, l’improvvisa comparsa surreale di Carducci, le cugine zitelle che in una famiglia nobile non mancano. Insomma "Odore di chiuso" è un romanzo leggero, ma pieno di sostanza. Per tornare ad Artusi, la cui presenza è la vera novità del libro, vale la pena di citare la descrizione che il personaggio fa del suo libro di ricette:

“Un libro di cucina dovrebbe essere comprensibile a tutti, perché tutti noi mangiamo e abbiamo diritto di mangiar roba buona e cucinata bene; dovrebbe essere scritto in italiano, perché siamo italiani, e non in quel gergo francioso che viene inteso solo nelle regioni nordiche.”

Alla fine, il romanzo di Marco Malvaldi è un libro che si colloca a buona ragione tra le novità letterarie che celebrano, con buon gusto, l’Unità d’Italia.